Non ricordo più quale scrittore di fama internazionale disse
che lui cominciò a scrivere il suo primo romanzo quando veramente stava con le
pezze al culo. Senza lavoro, con famiglia a carico, chiuso nel bagno per non
essere interrotto dai figli, aveva cominciato a dedicarsi voracemente a quello che sarebbe stata la sua opera prima più famosa. Non sapeva se avrebbe funzionato, ma era l’ultima
cosa rimastagli da fare.
Probabilmente in cuor mio avevo già capito che sarebbe dovuta
andare solo così. Tutto è cominciato con la voglia di spingere qualche bel talento giù dalla
pendenza. Voglia di provare. In men che non si dica, ho trovato piacere,
carburante per le mie fantasie. Tutte le cose belle, le ho spinte giù dalla
collina, e sistemate in fila al bordo del burrone. Per un po’ son rimasta lì a
cercar di capire come mai, perché le avessi lasciate rotolare fino a lì. Come
poterle riportare su? Con quale forza? Poi sono stata a guardare giù. C’è il
burrone. Il precipizio, che male fa? Tanto ormai, tutte le mie cose, quelle fatte
e non fatte, quelle dette e non dette son qui, spettri che mi accompagnano
saccenti, che mi ricordano sempre la strada che abbiamo fatto, dalla casina al baratro.
Le butto giù, chiudo gli occhi e mi lancio. L’attrazione deliziosa del vuoto,
del nulla sotto è questa: sapere di darmi ciò che merito, il gusto della giusta
punizione, e la consapevolezza che davvero poi, non mi resta che scrivere.
Ammiro da sempre chi, in un mood sempre positivo, con
frequenza scientifica, si prende le idee tra le mani e comincia a digitare. Li
ammiro per la forza di volontà, per la bontà dei loro sentimenti e la lucentezza di ciò che stringono in pugno. I miei di sentimenti, ad
esempio, son tutti macchiati d’olio. Olio di senso di colpa a cui si
incatramano molte foglie di pessimismo e bassa stima di sé. Ma così è. Dò un’occhiata
al dirupo e intravedo uno spazio vivo: mi fa capire che i miei sentimenti, per
quanto a brandelli logori e sudici, non me li posso proprio scrollar di dosso.
Li devo portar con me, e dar loro una struttura, completarli, ripulirli e
raschiarli per renderli perlomeno guardabili, rispecchiabili. Scrivere aiuta.
Scrivere ristruttura me. Me, che mi rialzo dal fondo del precipizio. Me, che mi
son schiantata in 10 piccole me, che fanno più chiasso di una me di gomma che
tentennava di lassù. E allora se trovo il coraggio, spinto dalla consapevolezza
che o si inizia a scrivere, o è il nulla (un invitante silenzio, inno di sconfitta), allora, posso meritarmi di vivere. Felice.
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